.
Annunci online

MANIFESTARE PER LA VITA O PER LA DESTRA?

   Per fare preliminare chiarezza, l'aborto per chi scrive non è una libera scelta di disposizione del proprio corpo.

   Non è solo il proprio corpo ad essere in gioco, neppure in senso naturalistico, perchè non si può negare che il mistero della vita, quale che ne sia l'idea di inizio sotto il profilo morale o biologico, è ben difficile da racchiudere in una norma di legge o da assolutizzare con intransigenza.

   Anche la rivendicazione del ruolo sociale, politico e morale della donna, che peraltro non è l'unico soggetto dell'aborto, non passa oggi per un improbabile "diritto all'aborto", ma per quello ad una maternità responsabile e serena, scevra di condizionamenti sociali ed economici.

   L'aborto è una pratica che non viene, infatti, vista più quasi da nessuno, se mai lo fu in passato, come un semplice atto di libertà e quindi è percepita largamente e diffusamente, anche da chi non ha necessariamente una sensibilità religiosa cattolica, come un momento della vita da combattere ed evitare, non più con la punizione penale o con una sanzione, ma con misure di intervento attive e di prevenzione.

   Deve essere un'eccezione ben regolata e la legge deve rispettare chi, dopo un percorso di maturazione e consapevolezza, decide di abortire in casi precisi. E' questo in sostanza il contenuto della 194, l'attuale norma sull'interruzione volontaria della gravidanza, che non è una cattiva legge, a cui manca un'attuazione nel campo della prevenzione più attiva e positiva, beninteso non dogmatica o invadente.

   Credo che la cosa giusta sia difendere il delicato equilibrio che fu raggiunto all'epoca dell'approvazione della legge e semmai migliorarne il contenuto di tutela di una maternità responsabile e serena, che è interesse sociale promuovere, anche perchè, come altri cavalli di battaglia della destra, viene rispolverato solo per nascondere i gravi peccati che essa ha commesso nel governare per anni, anche in questo campo.

   Chi vuole evitare gli aborti deve cominciare da una sana educazione sessuale e dal garantire ad una giovane madre di poter mantenere con dignità e serenità i figli e di avere una vita personale al contempo piena e libera e in questo campo vorrei capire che hanno fatto i governi di Alemanno e camerati vari.

   Sbaglia anche chi va in piazza in buona fede per esprimere una sensibilità che non può certo emergere in queste manifestazioni che si trasformano, sicuramente contro l'intenzione di parte dei proponenti, in sfilate faziose, che fra l'altro dimostrano la mancanza assoluta di cuore ed umanità e di comprensione, unici sentimenti che un cristiano dovrebbe nutrire nei confronti di chi si trova di fronte a scelte drammatiche.

   I cattolici debbono lavorare nella società e nella politica in primo luogo con l'esempio, che spesso è difficile, e poi con la caritatevole comprensione nella vita e nell'attività sociale, che spesso consente di impedire molti errori, specie se dovuti alla precipitazione, al disagio che talora sconfina nell'angoscia, alla scarsa sensibilità anche di famiglie ed operatori.

   Fare sfilate non si comprende a cosa serva, specie se il loro fine inevitabilmente diventa quello di dividere e di alzare steccati ideologici e barriere religiose del tutto superate o che comunque sarebbe opportuno spezzare, non incoraggiare ed esasperare. Inoltre non si comprende bene quale sia la finalità di queste proteste; forse quella di reintrodurre la punibilità penale dell'interruzione di gravidanza in ogni caso, con il risultato di criminalizzare condotte talvolta drammaticamente inevitabili e di ricacciare nella clandestinità o nell'espatrio un fenomeno impossibile da impedire totalmente?

   Non meraviglia che si ricominci con le manifestazioni contro l'aborto e si diffondano nuovi umori forti contro i gay, contro gli immigrati, o a favore di una muscolare sicurezza, che già furono cavalli di battaglia della destra per vincere le elezioni e dimostrare poi tutta la strumentalità di queste posizioni e l'incapacità di affrontarle.

   Adesso poi, con la complicità di chi predica interessatamente che "tutta la politica" è marcia, si vuole far dimenticare, anche e sopratutto celermente, la dilettantesca gestione della crisi economica, negata per anni cruciali dal duo Berlusconi-Tremonti, e la corriva complicità con cui anche mondi estranei, e anzi che avrebbero dovuto essere antagonisti al berlusconismo populista ed al leghismo razzista, hanno tollerato il tracotante e compiaciuto dilagare del fenomeno.

   Del resto, anche se il cattolico distingue sempre fra errore ed errante, egli dovrebbe d'istinto praticare - e non predicare soltanto - la sobrietà di uno stile di vita sereno ed improntato all'amore per gli altri, non all'amore per l'opulenza e per il maneggio disinvolto del denaro e del potere, solo assai tardivamente e con molta ritrosia renitente ora stigmatizzato perchè indifendibile.
    
   Sta a noi cattolici impegnati nel mondo riformista e della sinistra mantenere un equilibrato approccio, fedeli ai principi ed ai valori della nostra ispirazione, ma consapevoli che non è la prepotenza o la prevaricazione a poterli far crescere e divenire valori comuni a tutti, ma la forza della convinzione, del dialogo, del rispetto anche di chi ha altre opinioni, poichè la nostra carta costituzionale pone la vita della persona umana al centro di un universo di principi che tutti insieme e per tutti i cittadini siamo chiamati ad attuare nel faticoso percorso di formazione della legge, come strumento non dogmatico di regolazione dei conflitti. 

   Ciò che ci distingue dalle società teocratiche o da quelle laiciste è proprio il continuo rispettoso scambio di idee alla ricerca di alte sintesi valoriali, che non è difficile far prevalere, perchè il bene è più forte dell'indifferenza individualista e del male anche per chi non crede.

   Non dobbiamo, e neppure lo debbono i laici, cadere nella trappola di enfatizzare divisioni e posizioni nostre e sopratutto di estremizzare la nostra risposta.

   Si deve vergognare chi strumentalizza il dolore, la malattia, la vita e la morte e chi odia il diverso e l'altro, non chi si sforza di comprendere ed aiutare l'umanità che soffre, che vive intensamente, che combatte per un'esistenza libera.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. aborto 194

permalink | inviato da mario cavallaro il 13/5/2012 alle 23:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Etica e politica fra mondo antico e moderno

Tenere di questi tempi un incontro sul tema “Ethos repubblicano e cesarismo”, con il sottotitolo ancor più ambizioso “Etica e socializzazione politica fra mondo antico e moderno" può sembrare persino ingenuo.

Come recitava la presentazione dell’iniziativa, proposta dall’associazione Civis Romanus, animata dal giovane studioso Paolo Lombardi, in collaborazione con la Société Internationale des Amis de Cicéron e l’associazione Vivere con filosofia, il punto di partenza era l’analisi storica del rapporto fra la potenza romana ed il sofisticato sistema di formazione e reclutamento della classe dirigente a cui si ricorreva per mantenere qualità e merito.

Strumenti di tale selezione, il mos maiorum, la tradizione ideologico culturale ed etico valoriale dei patres, ed il cursus honorum, l’assunzione graduata e regolata del potere politico.

L’eccesso di competizione politica personale che può definirsi “cesarismo” ha lentamente condotto la società politica romana ad un traumatico passaggio dal modello di società censitario ma non castale dell’età repubblicana a quello castale ma non censitario tipico dell’età tardo imperiale).

E dunque, partendo dall’analisi di questi due istituti fondativi della selezione politica nel mondo antico, si è messo in luce il conflitto permanente esistente oggi nella società italiana fra ethos repubblicano e tendenze feudali e cesaristiche.

Una chiave di lettura suggestiva, che individua in questa contrapposizione anche il vero scontro politico esistente nella società italiana; uno scontro che vede contrapporsi istinto egualitario e meritocratico e chiusure castali e corporative.

Il convegno si proponeva di indagare i processi storico politici e i meccanismi antropologico culturali che sono alla base di questa contrapposizione che influisce sulle due concezioni distinte di formazione della classe dirigente e domandarsi se l’ethos repubblicano, come valore sempiterno, può ispirare, così come ha fatto per il primo rinascimento, il nuovo rinascimento italiano da tutti tanto invocato.

In filigrana è emerso dal tema di questo incontro culturale e prepolitico, a cui hanno partecipato relatori di alto prestigio scientifico, fra cui il prof. Carandini, il prof. Viroli ed il prof. Prost della SIAC, l’interesse per la “questione delle questioni” contemporanea, la fragilità e la crisi della democrazia ed i rimedi possibili al rischio quasi mortale che essa corre.

Che si tratti del prevalere della finanza sull’economia reale, che sia il potere dei giganti di cui parla Conin Crouch a farla da padrone su quello delle istituzioni democratiche, tutti siamo consapevoli che quello che continua ad essere il migliore degli imperfetti sistemi di governo fatica ad interpretare i bisogni comuni e garantire il governo dei processi socio-economici.

La crisi greca ne sta diventando un esponenziale paradigma.

L’ethos, allora, va inteso non solo come capacità morale, ma - nella sua accezione aristotelica - anche come competenza e conoscenza, e – massimamente per noi contemporanei - come spinta e tensione interiore ad operare pubblicamente nella giustizia e per il bene comune.

Il suo inscindibile rapporto con la politica e con i politici non è un tema solo di spicciola attualità, ma un tema che potremmo definire sempiterno, ricorrente ed irrisolto nella cultura politica e nell’esperienza occidentale, sicuramente risalente persino rispetto al periodo storico che la suggestione dell’incontro intendeva più direttamente esplorare, quello del passaggio fra la luce sempre più tremula della Roma repubblicana e i bagliori del nascente principato.

Dobbiamo a suggestioni sempre più solide sulla democrazia ateniese il disvelarsi che essa si basava, più che su un consolatorio sentimento comune delle classi dirigenti rappresentato retoricamente dal celebre discorso di Pericle, assai più profondamente sul continuo drammatico confronto fra demos e classe dirigente.

Di simile natura può dirsi il conflitto della Roma repubblicana, con le sue ricorrenti sovversioni talora protorivoluzionarie, dai Gracchi a Lepido a Catilina ed infine al mortale conflitto fra repubblica e principato.

Ma anche in altre epoche ed in altri cieli il conflitto si ripropone.

Senza alcuna pretesa di una generalizzazione, come non ascrivere a questo eterno drammatico contrasto le tensioni della rivoluzione francese, che parte dalla meravigliosa affermazione delle tre virtù pubbliche liberté, égalité, fraternité per poi approdare all’intransigenza della rivoluzione e al principato imperiale napoleonico?

Come non ritenere che la stessa grande democrazia americana si basi su un complesso rapporto di bilanciamento non più solo di poteri secondo l’insegnamento tradizionale, ma di classi dirigenti sostanzialmente oligarchiche, aperte agli homines novi con sempre maggior fatica e con regole sempre meno certe di affermazione del merito e del consenso, per l’impatto della forza del potere economico e di quello mediatico e della comunicazione?

E noi, noi italiani? Democratici più fragili ancora di altri, per una tradizione di realismo antico che sconfina nel disincanto, con padri nobili come Machiavelli e Guicciardini, che fanno intuire al grande giurista Cassese che siamo una società senza Stato, che ha voltato le spalle da un ventennio, scansione temporale ricorrente dei mali italici endemici, al blando ma sostanzioso pedagogismo delle classi dirigenti nate dalla resistenza, dalla crescita economica del dopoguerra e dalla prodigiosa miscela costituzionale con cui la democrazia cristiana e poi il primo centro sinistra dialettico costruirono la base della repubblica, talmente solida che ha resistito ad ogni picconatura, pur mostrandone anche sui muri portanti e sulle travi i frutti in profonde crepe e diffusi crolli.

Fenomeni, dicevamo, tutt’altro che recenti, se già Calamandrei definiva non più rappresentanti del popolo, ma impiegati dei partiti i deputati ed i senatori della remota e ben diversa epoca sua.

Occorre dunque riprendere il filo lacerato della tessitura di un’ethos civile come base per la ricostruzione morale delle classi dirigenti.

E qui i cattolici possono dare un grande contributo seriamente laico, proprio nel cercare non tanto valori non negoziabili come frutto di una propria intangibile visione religiosa, ma l’etica condivisa come punto di incontro, basato sul valore intrinseco ed intangibile della persona umana e della sua dignità, pur nel rispetto di ogni fede ed ogni progetto culturale.

Non è allora un sogno arcaicizzante il ripristino della virtus nel senso romano più alto, dell’??et? greca che si trasforma da predisposizione dell’animo in valore nell’azione; non è un’illusione la speranza di una nuova stagione delle virtù civiche, delle declinazioni pratiche che il politico dovrebbe dare della virtù morale nella sua opera quotidiana.

Non è un desiderio astratto quello di ridare centralità nella vita sociale alla legge, essa si immanente e non negoziabile.

Occorre rifondare sugli antichi costumi le basi per il comune sentimento di identità nazionale, fatto di rigore, di sana moralità che non teme di farsi definire quasi impropriamente moralismo se con tale definizione si intende l’intransigenza, di scelte consapevoli che pongono la questione morale a fondamento di quella civile.

Non a caso, è necessario che alla riforma delle istituzioni e a quella elettorale, pur indispensabili, si affianchi quella, di cui si parla troppo poco, e solo quando essi dimostrano di essere nell’epicentro della patologia del sistema, dei partiti e dei corpi sociali, che del resto fu indicata essenziale dal lungimirante e persino profetico legislatore costituzionale.

Ormai si sente parlare diffusamente e genericamente della politica solo per i suoi vizi, le sue deviazioni dal fine del bene comune, i suoi sperperi veri, presunti o amplificati che siano, la sua autoreferenzialità, la sua debole rappresentatività, i suoi riti e miti sovente assai poveri di moralità e, quel che è peggio, essa viene sempre più spesso rappresentata come antagonista al mondo delle competenze, del merito, della professionalità, che un tempo si ispirava alla metafora generica della società civile ed ora si incarna nella professoralità dello stesso governo.

Ogni sforzo sarà vano se l’attenzione dell’opinione pubblica continuerà ad appuntarsi su questi avvilenti stereotipi piuttosto che, proprio per i tempi difficili che ci attendono, sull’alta qualità e l’inflessibile rigore che alla politica dovremo chiedere, sui metodi anche severi con cui ottenerli, e sulle antiche e solide radici storiche e culturali su cui fondare questa nuova stagione.

Voltare pagina

Nei prossimi giorni, il 29 ed il 30 novembre, il Ministro della Giustizia Paola Severino si recherà nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato per esporre le linee guida a cui intende ispirare il suo mandato.
Vi è un rischio, accentuato dal fatto che Berlusconi ed Alfano, nelle loro più recenti apparizioni pubbliche, sembrano già aver avviato una campagna elettorale scipita e datata, tutta incentrata su argomenti privi di ogni consistenza e - quel che è peggio - del tutto avulsi dal contesto reale, sociale, economico e morale in cui il Paese è stato condotto dalla crisi mondiale e dalla mancanza totale di autorevolezza e di iniziative del governo Berlusconi.
Ma poichè l'uomo ha sempre avuto una volatile memoria politica ed i suoi repentini e contraddittori mutamenti di rotta sono sempre stati proverbiali vi è il concreto rischio che anche sul versante della giustizia e delle riforme necessarie al suo almeno decoroso funzionamento vi sia un improvviso mutamento di rotta.
Dopo aver recitato la parte dello statista pensoso delle italiche sorti si è subito applicato a criticare con argomenti puerili un governo nato per rimediare alla sua inettitudine e la stessa musica preoccupante sta iniziando a suonare nel campo per lui minato della giustizia. 
Ha già riattaccato la solita solfa del bavaglio alle intercettazioni e dell’epocale riforma della giustizia che vuol dire continuare come se nulla fosse successo nella nefasta stagione delle leggi ad personam, che la giustizia e l’uguaglianza l’hanno semmai distrutta. 
Senza volersi intromettere in questioni del tutto private di cui stucchevolmente si è tentata finora la trasformazione in questioni pubbliche o di conflitto istituzionale, Berlusconi vedrà che difendersi nei processi e non dai processi, come del resto fanno tutti gli altri cittadini, non può che avere benefici effetti anche per lui. 
Peccato che, come d’abitudine immemore, dimentichi di aver sottoscritto personalmente una lettera alla UE in cui gli impegni presi dall’Italia sulla giustizia riguardano ben altre materie. 
Si tratta di rendere efficiente la giustizia civile e non più costosa come invece ha fatto il governo uscente, di smaltire l’arretrato di milioni di cause, di riformare senza ideologismi laceranti ma anche senza eccessi di protezioni corporative le professioni ordinistiche fra cui quella forense, che vanno conservate nella loro specificità, ma innervate di robusti elementi di cambiamento e modernizzazione, si deve dare al personale amministrativo del comparto giustizia dignità riconoscendone le professionalità, si deve agire sulla qualità ed efficienza delle strutture organizzative del sistema giustizia e smetterla di operare inutili e continue modifiche dei riti processuali. 
Nella manovra di agosto, nella lettera alla UE, nella Legge di stabilità questi sono gli unici obbiettivi in materia di giustizia che si pone il Paese. 
Sarà necessario aggiungere interventi urgenti sulla tragica condizione del sistema penitenziario, che è indegno di un Paese europeo; si potrebbe affrontare il tema della depenalizzazione e della deflazione generale del sistema repressivo penale nel governo della società, che da decenni senza costrutto tutti hanno concordemente avviato in teoria e contraddetto nella pratica. 
Di questo, che è già moltissimo, si dovrà perciò occupare il Governo, di questo ci auguriamo che un ministro preparato e professionale come Paola Severino dia notizia alle Camere e queste saranno le priorità del Parlamento e certamente le nostre in questa fase finale della legislatura, che può essere proficua, se saremo coerenti con le indicazioni che proprio Berlusconi ha comunicato all’Europa.
Non permetteremo, neppure in questo campo, che una brutta pagina della storia italiana che abbiamo appena voltato ritorni ad incombere sul nostro futuro.

Il discorso di Menenio Agrippa o dell'elogio dell'ovvietà

Considero da sempre l’apologo di Menenio Agrippa e del suo discorso una delle ovvietà conservatrici e qualunquiste più palmari della storia e tuttavia, almeno nella storia che ci propinavano nelle scuole della nostra prima gioventù (essì, i sessantenni hanno fatto le elementari prima del 1960) era presentato come un modello di virtù e di buon senso.

Di queste elementari virtù sento un disperato bisogno nel dibattito (dibattito?) che penosamente più che pensosamente si sta avviando nel PD su temi che non hanno nulla a che vedere né con l’emergenza sociale ed economica in cui si trova il paese, né con la stringente attualità dell’evoluzione del mondo contemporaneo e dell’Europa.

Eppure è lì che noi dovremmo reinfilarci da protagonisti, dopo la tragedia delle nostre sodalità preferenziali con Gheddafi, ripudiato appena prima della morte e con Putin, che sembra godere di buon potere e buona salute, ma resta pur sempre l’unico capo di stato a non sorridere in pubblico quando si rivolge al nostro premier, forse perché in privato i due buontemponi hanno già riso abbastanza.

Proverò perciò a comporre un discorso di buon senso, anche se non pretendo che sia un modello di virtù come l’apologo a cui mi ispiro dichiaratamente, partendo dal presupposto invalicabile che le qualità e le competenze, non solo per l’azione politica, ma per la vita, sono pur sempre doni che in misura disparata ci da il Signore (o qualità intrinseche, per chi non si compenetra nell’Altissimo) e che del loro peso sempre e comunque variamente si accorge il mondo, al di là delle nostre buone intenzioni.

Intanto, una prima riflessione sulla trasformazione genetica della società e della politica italiana dopo il ventennio berlusconiano; ma sì, chiamiamolo proprio così, almeno ci facciamo subito riconoscere come faziosi antiberlusconiani, e viceversa, dai caudatari irriducibili del Piccolo Padre di Arcore.

Non siamo più abituati e soprattutto non lo sono più i giornalisti ed i media, dopo anni di servilismo, i più, o di faziosità anche preconcetta, i pochi, a descrivere come normale la lotta politica, il confronto anche aspro di idee all’interno anche di un unico movimento o partito e magari entrare in essa non con notazioni coloristiche, ma con valutazioni ed elementi di giudizio utili ad approfondire ed arricchire il dibattito.

Il confronto individuale e collettivo della politica dell’oggi con la storia recente di quella che chiamiamo, ormai taluni con nostalgia comprensibile, prima repubblica, con le grandi battaglie fra e dentro i partiti non solo e non tanto sulle miserie del potere, ma su nobili e decisivi temi come le scelte internazionali, l’istruzione, i diritti civili, l’assetto economico e sociale del paese, lo sviluppo di un grande sistema industriale ed infrastrutturale, è persino impietoso.

Le idee si declinano, o, come si diceva una volta, camminano con le gambe (e, speriamo, le teste) degli uomini, ma noi ci siamo tanto abituati alla prepotenza feudale, personalistica e populista del berlusconismo che si cerca, purtroppo utilmente, di farci percepire come un male assoluto non il tremebondo e vile approccio al dissenso dei parlamentari berlusconiani o il contrapposto mercimonio di cui essi sono ad un tempo vittime e protagonisti, ma la discussione anche aspra fra gruppi e componenti, fra generazioni e propensioni culturali del PD, unico vero partito nazionale e popolare se riusciremo a farlo sopravvivere a noi stessi ed alla nostra cupio dissolvi e proporlo, magari con tutte le critiche del caso, come modello del futuro del paese, non come superabile eccezione in una esplosiva frammentazione antipolitica.

Le critiche malevole ed interessate, ma anche il diffuso strumentale autolesionismo, dovrebbero infatti farci vergognare, perché nulla di simile accade in nessun altro paese occidentale, dove, pur essendosi ovunque indebolite le regole e la forza della tradizionale democrazia partecipativa, la selezione rimane naturalmente aspra all’interno dei partiti e dei gruppi e ci si confronta con spietata energia e determinazione per ottenere la guida dei processi politici e di governo, con le uniche bastevoli regole che la linea di un partito è una sintesi virtuosa e tendenzialmente coerente delle sue anime e propensioni, mai un atto d’imperio ed arroganza di una maggioranza su una minoranza né un protervo arroccarsi della minoranza nei suoi pensieri e che vi è un patto fondativo di comunione e lealtà che, dopo il confronto, consente di ritrovarsi poi tutti insieme contro l’avversario.

Da noi la vera e propria piaga del berlusconismo ha sicuramente fiaccato la destra e ne ha distrutto i geni democratici ed europeistici, tanto da aver costretto uno spirito di destra non certo libertario come Fini ed uno moderato e fors’anche conservatore come Casini ad andarsene dalla loro casa naturale, facendosi singolarmente altrettanti partiti sostanzialmente personali, seppur a dichiarato scopo difensivo.

Quanto al corpaccione che si vorrebbe, ma certo non è, post democristiano del PDL, al momento ha per segretario un dichiarato e confesso gregario, Alfano, che ne è finora l’improbabile espressione “democratica”, mai eletto dagli iscritti o in un congresso, ma nominato in sostanza dal capo sovrapponendosi ad altri nominati, i coordinatori, che continuano a “rimanere in carica” a suggellare la propria utilità solo per portare avanti gli affari correnti e quelli opachi, come i reclutamenti ed i finanziamenti di Verdini.

Ma, cosa assai più grave, questa deriva ha condizionato emulativamente anche il campo in senso lato del centro sinistra, dove sono ormai diffusi i modelli di partito personale e le pulsioni leaderistiche.

Le procedure di selezione, le carriere e la visibilità mediatica sono sempre più simili ai modelli solo apparentemente antagonisti della destra, anch’esse motivate dall’ossequio e dalla vicinanza ai capi piuttosto che dalla qualità professionale, dal consenso e dal radicamento territoriale.

Paradossalmente, anche l’evocazione, sovente confusa ed utilizzata per non nobili ragioni polemiche e divisive, di utili modelli di selezione come le primarie, è tutta declinata all’interno di una concezione che non si percepisce neppure, tanto profondo è divenuto il condizionamento, quanto sia malata di deriva plebiscitaria e possa divenire scarsamente rispettosa dei processi democratici di sostanza e di lungo periodo a cui la tradizione del riformismo dovrebbe essere radicalmente ancorata.

Non c’è mai niente di nuovo sotto il sole: chi per calcolo o per pochezza sollecita solo gli stilemi del nuovo contro il vecchio e del giovane contro l’anziano e, sia chiaro, del viceversa, non solo non fa un servizio né al partito in cui milita né al paese, ma trasforma una legge della vita in apparente questione politica.

In ogni ambiente professionale e sociale, nello sport come nello spettacolo, nell’accademia come nel sindacato, negli ospedali, nei tribunali, nelle fabbriche, le generazioni si rincorrono, si contrastano, si combattono e si uniscono, si amano e si odiano, in quel fenomeno sempiterno che è la crescita complessiva degli uomini e delle donne, attraverso quella miscela di esperienza e curiosità, di saggezza ed entusiasmo che ci contraddistingue da quando ci sollevammo dalla curva postura di ominidi.

Complici persino pressoché apposite rubriche scientemente e sottilmente sbeffeggiatrici alimentate da cercatori di gloria e di citazioni, rubriche che compaiono non solo sugli interessati giornali berlusconiani, ma anche su quelli grandi d’opinione e nella stampa intransigente, che, non si sa se lo sia interessatamente o ingenuamente, accomuna pagliuzze e travi negli occhi in un unico quadro mefitico e denigratorio, tutta la politica, buona o cattiva che sia, viene rappresentata ai cittadini come la sentina di tutti i mali e comunque percepita come tale da un’opinione pubblica scientemente disinformata e fondatamente esasperata.

Parole d’ordine che ormai sospetto siano periodicamente lanciate non a caso, ma come frutto di un preordinato disegno, additano agli occhi della pubblica opinione periodici nemici da abbattere con campagne che sembrano trarre origine dallo stile della rieducatrice rivoluzione maoista, che sono ora le province, ora i vitalizi dei consiglieri regionali, ora i privilegi ed il numero dei parlamentari, e persino i poveri innocui comuni di poche centinaia di abitanti, i cui amministratori sono fulgidi esempi fuori moda di gratuito spirito civico, di cui dopo pochi mesi nessuno si ricorda più e che vengono periodicamente sostituiti con altri nemici, tutti però con la stessa caratteristica, di essere le pur emendabili, pur semplificabili, pur economizzabili uniche istituzioni democratiche su cui si fonda la democrazia in ogni paese.

Il ritorno al solito populismo ed al più trito qualunquismo, magari sotto mentite o nuove spoglie se quelle dirette del capo saranno proprio impresentabili, è del resto non solo l’ultima raffica e l’ultima spiaggia di un berlusconismo morente, ma più in generale l’evidente disegno delle èlite finanziarie ed economiche di liberarsi dal condizionamento della politica, che viene vista come un freno ed un condizionamento alla assoluta libertà di cui già fin troppo godono in realtà - non più soltanto nel mondo occidentale – i veri signori delle vere caste, che poco o nulla hanno a che vedere con i modesti sbafatori di trofie al pesto ad euro 0,98 nei ristoranti del parlamento, perché orgogliosamente - a spese dei fessi che si indignano di ben altro ed anzi li ammirano - consumano nelle località più belle ed esclusive del mondo o su yacht principeschi colazioni sibaritiche dal costo stratosferico, si muovono su jet privati e movimentano sui conti loro e delle loro banche e società milioni di euro al minuto rigorosamente esentasse, con semplici clic o cenni del capo, e vogliono continuare a farlo mettendo sul conto dei pensionati e di chi lavora anche il costo non solo dei loro lussi, ma anche quello ben più oneroso dei loro errori, spesso gravissimi.

L’ultima considerazione si basa anche sulla ormai immaginifica diffusione delle cento tesi di Renzi, sicuramente tante visto che persino Lutero si era accontentato di affiggerne 95 sul portone della chiesa di Wittenberg e sulla ormai acquisita notorietà di quelle, una miserella decina, di Zingaretti, a cui si possono aggiungere i dieci punti della contromanovra del PD ispirati palesemente da Fassina o i punti dei TQ o quelli di Pippo & Debora o quelli della da me costituenda associazione S&S (si legge Sess, e significa - che vi pareva - sessantenni e settantenni, quelli almeno che vogliono resistere protervamente alla rottamazione) e tutti gli altri, passati presenti e futuri editti a base decalogica o almeno decimale, il cui merito qui non ci interessa e che esamineremo a parte come tutti dovrebbero fare invece di parlarne senza conoscerli a favore o contro o meglio a vanvera, che abbondano da sempre nella cultura catalogatrice e pedagogica della sinistra mondiale ed ora proliferano nella proiezione mediatica e semplificatoria degli utilizzatori finali di Access.

Guai ad abbandonare la necessità di tracciare la rotta, che non si scompone mai né in dieci né in cento frammenti, guai a non far comprendere ai cittadini qual è la direzione di marcia che intendiamo percorrere, guai a non far capire se perseguiamo, come temo, stanche rimasticature dell’ormai morto novecento, liberiste o post marxiste che siano, o se siamo invece come spero in grado di sviluppare nuovi progetti e programmi, che diano speranza al cuore dei giovani e fiducia a chi con il suo lavoro ed il suo impegno, anche se viene da lontano e dura da tempi remoti, non rinuncia a costruite la società di domani.

Guai a far credere alla gente che il problema siano l’età giovane o matura, l’apparenza, la veloce furberia o l’arroganza burocratica e la forza dei numeri, l’immobilismo o il movimentismo, lo scilinguagnolo pronto e facondo o l’eloquio sgraziato, parentetico e dialettale.

Quello che conta sono le idee, le passioni, i sentimenti, lo spirito e l’intelletto, la voglia di fare, la competenza e le capacità organizzative, l’onestà, la perseveranza, la libertà da ogni condizionamento. Tutti ne possono avere, ma anche no e allora non resta che dirlo, che entrare in competizione, che discutere e confrontarsi.

It’s democracy, baby.




permalink | inviato da mario cavallaro il 30/10/2011 alle 20:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

ELOGIO DEL DECORO

Circola la notizia, diffusa dai diretti interessati con dichiarazioni che sembrano confessioni, che il Ministro Galan, portatore evidentemente di una riottosa mascagna a cui necessitano interventi tricologici reiterati ed urgenti, quando passa per Roma, non avendo titolo ad entrare nella barbieria della Camera in quanto non parlamentare, vi accede con la tessera della deputata Giustina Destro, difficilmente con lui confondibile dalla foto.

La sullodata ha anzi aggiunto di presumere che anche altri deputati abbiano amicalmente consentito a Galan di non girare spettinato e scomposto.

Non interessa qui né la fede politica né l'appartenenza di questi due autentici fratelli De Rege del parlamento.

Incidenter tantum, come diciamo noi giuristi-deputati, per ciò stesso sottoposti ad un prelievo fiscale aggiuntivo che può definirsi incoraggia-fannulloni, i due geni potrebbero tentare una discolpa comunque ben più efficace di altre pur nobilmente e seriamente approvate a maggioranza dal parlamento, come la parentela putativa fra Ruby e Mubarak su cui hanno spergiurato ben 314 parlamentari; infatti va ammesso che la barbieria non è più gratis da anni, ma costa come un taglio di capelli in città, mentre al mio paese con la stessa somma il barbiere ti verrebbe anche a riportare la testa a casa.

Ma quel che colpisce è che un deputato ed un ministro e neanche dei peggiori e dei più sprovveduti  non abbiano percepito non solo e non tanto l'illegittimità di questa condotta, che certamente non è regolare, in quanto ammettere - anche pagando - uno ad un beneficio che non gli spetta nel mondo comune è reato, ma anche la sua totale inopportunità ed impoliticità, in quanto non basta pagare per stare dalla parte della ragion politica, specie se si tratta di uno di quei privilegi comunque antistorici ed odiosi che in verità avrebbero dovuto essere già da anni eliminati, avviando i bravi barbieri ad altre attività socialmente più gradite ed utili o, ove lo desiderassero, al libero mercato.

Ed è pur vero che in fondo, sebbene la pubblica opinione se ne adonti con clamore perché si tratta dell'odiata casta, si tratta di un comportamento ormai diffuso nella corrività nazionale, di chi sbafa il buono pasto a cui non ha diritto o peggio lo trasforma in spesa al market senza utilizzarlo legalmente, di chi telefona con il cellulare aziendale all'amichetta, di chi si liquida missioni e rimborsi non dovuti, accompagnato dalla marcetta del "Così fan tutti" che allieta assolvendolo ogni trasgressore.

Di qui, la sommessa proposta che almeno i deputati in un sussulto di dignità si rammentino che la loro condotta deve essere semplicemente ed almeno decorosa, se non più come si diceva un tempo specchiatissima ed illibata, perché gli specchi si rompono portando guai e l'illibatezza è in desuetudine.

Fra l'altro, alla violazione del decoro si possono collegare sanzioni praticabili; se strillar di dimissioni comporta che ormai nessuno che abbia un pubblico ufficio più si dimetta se non dal partito (sai che pena!) neppure se ha ammazzato l'amante con venti coltellate, magari una sospensione di qualche giorno o mese dalle funzioni e dallo stipendio sembrerebbe una misura giusta ed accettabile, e magari se uno ci prova più di una volta si può arrivare alla radiazione o espulsione, almeno come se si fosse calciatori.

Tagliarsi i capelli a sbafo, conveniamone, quand'anche non fosse reato, quand'anche non fosse illegittimo, quand'anche non fosse immorale è sicuramente indecoroso.  Un cartellino giallo e nei casi più gravi uno rosso lo capirebbero tutti, persino Galan e Destro.

La saggezza delle geometrie variabili

Alcune brevi riflessioni sul dato elettorale emerso a livello nazionale; di quello provinciale di Macerata sarà bene parlare più diffusamente solo dopo il ballottaggio, che è l'unico obbiettivo al momento meritevole di spenderci su parole.

PD pride

Con un pizzico d'orgoglio, bisogna evidenziare che - sebbene ci sia qualche incontentabile o fazioso preconcetto che tuttora denigra il PD - i democratici escono molto rafforzati da questa prova elettorale. Si enfatizza il dato di Napoli e si fa notare che Pisapia non è stato scelto dal PD, ma sembra persino ridicolo dimenticare che Fassino e, sebbene meno noto e popolare, il bolognese Merola, sono "prodotti politici tradizionali", solidi ed affidabili dirigenti organicamente inseriti nel PD e, prima, nella sinistra tradizionale. Pisapia è tutt'altro che un giovincello, fu parlamentare indipendente di Rifondazione e in predicato di fare il ministro della Giustizia, incarico che gli fu sottratto anche dal narcisismo di Bertinotti, e coordinò il gruppo di lavoro, di cui facevo parte, che aveva redatto il programma-giustizia del governo Prodi del 2006. Qualcuno si ostina a definirlo vendoliano, la destra addirittura lo dipinge a capo di orde di spacciatori e terroristi, tutti ignorando evidentemente la personalità e la figura del tutto peculiare del candidato sindaco, che invece è ben nota ai milanesi. Al suo successo milanese non è certo estraneo il PD, che ha avuto un ottimo risultato mettendo in campo proprio Boeri, il leale e qualitativo competitore sconfitto nelle primarie. Sempre per rimanere in casa nostra, era difficile pensare ad un buon risultato a Napoli dopo quello che era successo con le primarie e prima di esse. I dati comuni a tutte le soluzioni delle grandi città sono - sia che prevalga il modello riformista, sia che si scelga quello più marcatamente antagonista, articolato in cifre non omogenee come sono il garantista Pisapia e il giustizialista De Magistris - che del tutto inverificata è la tesi di una necessità assoluta di dialogo o accordo preventivo con il centro e meno ancora con il terzo polo, sostanzialmente in via di disfacimento, condannato già all'esordio dalla sua natura di asino di Buridano, che non sapendo da qual parte prende la biada muore di stenti. La stessa UDC non raccoglie particolare consenso e appare preferita dai suoi elettori, seppur non plebiscitariamente, la collaborazione con il centro sinistra piuttosto che con la destra, specie come simmetria all'ormai consolidata posizione nazionale di opposizione; nello specifico marchigiano, il modello Marche, seppur confermato, postula un allargamento dell'alleanza verso sinistra per essere vincente al primo turno e dimostra la centralità del PD anche in questo disegno.

Partiam partiamo

Evanescenti appaiono le analisi centriste o cerchiobottiste, che sviliscono per amor di tesi il ruolo ed il peso del PD e la consistenza del movimento solidamente riformatore che si consolida nel paese intorno ad esso anche se attingendo a risorse politiche nuove o diverse; sebbene sicuramente favorito dal sistema elettorale locale, il principio bipolare non viene in nessun modo dimenticato dall'elettorato e nessuno sembra attendere l'ingresso messianico di moderati tremebondi ed inconcludenti che somigliano sempre più ai personaggi e al coro della Forza del destino, che - atto secondo - cantano tutti la celebre "partiam partiamo", ma non partono mai.

Quando il grullismo non è un errore ortografico

Inqualificabile, o meglio qualificabile come un filone carsico presente strutturalmente nella società europea e italiana che talvolta emerge con maggiore evidenza ed altre trascorre più silente è quello del grillismo, rectius grullismo, che recita, la parola è usata a proposito, stilemi vecchi e triti - aggiornati con sapienza mediatica ed attoriale - con cui noi tutti ci confrontiamo da sempre nei bar sport del paese e che avrebbero fatto la felicità già del povero Poujade. Sò tutti ladri, destra e sinistra sono uguali, ci vuole ben altro, i misteriosi poteri forti, ecc. ecc. appartengono ad un armamentario difficile da controbattere e sbaglia chi ipotizza un valore positivo del movimento in se, anche se certamente esso incanala anche forze ed energie positive, che stentano ad esprimersi nei partiti attuali, che, salvo come sempre il solo PD, che di questo dovrebbe menare maggior vanto, sono TUTTI personali e/o patrimoniali.

Le primarie

Emerge inoltre non eludibile il tema delle primarie, che effettivamente hanno dato buona prova non solo e non tanto come strumento "antiPD", come ancora si ostina ad agitarlo ottusamente qualcuno, ma come selezione di candidature meno discutibili e più visibili di ogni altra forma di selezione, specie se si formano coalizioni e che vanno sicuramente migliorate e strutturate, con partenze ben anticipate rispetto alle consultazioni e sopratutto distinte chiaramente da procedure democratiche di selezione della classe dirigente del PD, che poco hanno a che vedere con la scelta dei candidati alle elezioni.

La duttile proposta bersaniana

In questo scenario in movimento, emerge la duttilità pragmatica dell'effettivo asse di guida attuale del partito e della proposta del segretario Bersani che nel "nuovo ulivo", che la presenza di Prodi sul palco di Bologna rafforza ulteriormente, vede una formula leggera ma in grado di resuscitare sopiti entusiasmi, coniugata con una larga alleanza senza della quale ogni competizione diventerebbe una lotta all'ultimo sangue e all'ultimo voto proprio quando le ragioni istituzionali, costituzionali e sociali per la formazione di un largo fronte di forze che volti pagina nel Paese sono sempre più percepibili e consistenti.

L'astensionismo

Una notazione sull'astensionismo, fenomeno che consente stavolta al PDL ed alla Lega di non arrendersi all'evidenza di un clamoroso insuccesso elettorale. Nelle grandi democrazie contemporanee, il tasso d'assenteismo seppur criticabile perché favorisce la supervalutazione del voto degli irriducibili e dei più schierati e militanti è fisiologicamente alto e l'astensione del voto è ormai tradizionalmente anche un modo per esprimere segnali politici di gradimento o di disistima. Per contro, è noto che uno dei motivi della vittoria di Barak Obama è stata la sua capacità di condurre al voto masse che prima se ne erano tradizionalmente tenute lontane. Perciò ha poco senso il tentativo di depurare dall'analisi del voto la condotta dei renitenti, anche se certamente continua a porsi, al PD ed all'intero centro sinistra, il tema di forme di partecipazione e di organizzazione del consenso che lo rendano impermeabile alle mere suggestioni mediatiche ma al tempo stesso ne tengano conto, essendo improponibili modelli territoriali puramente fisici di partito novecentesco.

Pace e bene a tutti nel PD

All'interno del partito va accolta con soddisfazione l'intelligente resipiscenza di chi avrebbe potuto risparmiarsi la ricerca preventiva di verifiche ed ora le accantona e che magari farebbe ancora un servizio al partito e alla politica proprio tenendo vivi dialetticamente, senza tatticismi per eccesso e per difetto, alcuni di quei valori non secondari sui quali, in fondo ben poco tempo fa, abbiamo costruito il PD. Guardare al futuro con realismo e preoccupazione per le sorti del Paese, ma anche con un nuovo ottimismo, dopo questa tornata elettorale è sicuramente possibile.

La resilienza

L’uomo ha una resilienza pari a quella dei metalli più solidi.

Dopo alcuni giorni di disorientamento e di dubbio, circondato com’è da una corte dei miracoli di clientes e dannunziani che non provocano in lui il minimo dubbio, ma anzi ne vellicano gli animal spirits, ha deciso di riprendere amplificandole all’ennesima potenza le consuete strade mediatiche e piazzistiche, che tanta fortuna gli hanno portato in questo sciagurato ormai quasi ventennio.

Ha dimostrato di non saper fare altro: dissipato nella vita privata, che ora nasconde ed ora rivendica a secondo dell’umore e delle platee, privo di amici veri e di affetti ma ricco di adulatori e postulanti, incapace di governare avendo scelto la strada, anche in politica, di circondarsi preferibilmente di yesman e yeswomen, di cui non serve un impietoso elenco nominativo, la cui affidabilità è inversamente proporzionale al prestigio ed all’autonomia, privo di strategie e di senso della storia e dell’interesse pubblico, che fa coincidere col proprio ed al più con quello del proprio ceto e della corte fin nelle minutaglie.

Conserva, ed anzi amplifica, con l’esperienza, la dimestichezza col ruolo e l’accrescersi non virtuoso e non casuale del potere economico e mediatico, che ormai si estende anche a quella che fu l’azienda pubblica di comunicazione, le qualità imbonitrici e senza pregiudizio verso la menzogna dell’imprenditore disinvolto che si fa da se, del venditore dotato di intensa affabulazione.

Conosce il popolo e ne interpreta, anzi ne amplifica quasi ad archetipo, i difetti, primo fra tutti il conflitto sempre irrisolto non solo degli interessi, ma fra la pratica dei vizi privati e la predica delle pubbliche virtù, con cui imbonisce un paese che nella strizzata d’occhio e nell’ammiccamento è maestro, già senza tanto autorevole modello.

E’ opportunista quanto basta, anche in politica internazionale, da rinnegare amici in disgrazia come Gheddafi dopo avergli baciato l’anello e da blandire leader che non ama, come si legge in filigrana dai servizi ipercritici verso Obama dei suoi giornali e tv, che nulla dicono e scrivono senza una regia strategica orwelliana, aprendo a comando campagne denigratorie o tessendo elegiaci encomi sul medesimo nulla.

Anche all’interno, è magnanimo fino alla dabbenaggine con chi stima suo devoto o ritiene innocuo sodale, ma regola i conti prima di tutto con gli amici che tradiscono o peggio resipiscono e sa essere allora spietato e senza limite e freno, forte del tremebondo assenso dei molti e dell’energia antagonista, nel suo campo, di sempre più sparuti eroi.

Snocciola un repertorio ormai datato e polveroso, comprese le barzellette che non fanno ridere, che richiede sempre maggiori energie mistificatorie e sempre maggiori dosi di cloroformio mediatico, perché il paese è mitridizzato verso l’indignazione, ma ormai assopito anche di fronte all’universo virtuale dei falsi successi del regime, mentre le statistiche vere ci consegnano solo vergognosi primati al rovescio e l’opinione pubblica internazionale ci assegna nuovamente il clichè del posteggiatore napoletano, del resto assurto nel reale a menestrello cantore e spettatore delle gesta anche intime di corte.

E dunque, a memoria possiamo prevedere nei prossimi mesi, che prima o poi ci porteranno ad un confronto elettorale, l’avvelenamento dei pozzi della democrazia istituzionale, la lotta alla magistratura e l’iniezione di dosi sempre più massicce di leggi ad personam nell’ordinamento della giustizia fino a renderlo inadeguato a svolgere la sua funzione regolatrice, la lotta minacciosa ed intollerante al “comunismo”, scomparso da oltre un ventennio mentre nella realtà i fascisti, non solo quelli che si sospettavano tali, ma anche quelli che tali si definivano e si definiscono, sono al potere, la lotta al sindacato ed alla sua unità, le promesse sempre mancate di grandi e piccole infrastrutture e di diminuzione delle tasse ed infine l’attacco ai diversi, ai deboli, ai diritti di inclusione e cittadinanza, al rispetto per le persone e la loro identità spesso sofferta e difficile, rincorrendo filoni carsici turpi ma non negabili della subcultura italica, di cui tuttora si pasce la Lega, nella speranza che in nome in parte del tornaconto e in parte della prudenza di fronte a metodi che sanno essere crudeli si pieghino anche corpi sociali ed autorità morali che per la verità non hanno finora dimostrato particolare attitudine a levare alta e forte la voce dell’integrità disinteressata e che i moderati, i benpensanti, gli agnostici continuino, magari con maggiore rassegnazione ed assenteismo di prima, a sostenere fino ad un esito non nitido, che potrebbe addirittura essere di suggestione ereditaria, un governo che non governa ed una maggioranza che tale non è nel paese ormai chiaramente ed irreversibilmente, essendo fallito il progetto di spacciar per riforme ed innovazione cascami del peggior protezionismo corporativo, degli egoismi sociali e territoriali.

Di fronte a questo scenario tutt’altro che enfaticamente descritto, guai se continuassimo nelle scempiaggini del papa straniero, delle primarie, secondarie e terziarie, delle baruffe chiozzotte per qualche postarello da deputato o assessore in più, mentre il paese scivola nella deriva della recessione e della mancanza di nerbo, di prospettive e di futuro.

Guai anche se continuassimo, adesso che la crisi si rileva non superabile con strumenti tradizionali, a dividerci fra centro e sinistra, fra laici e cattolici, fra moderati e rivoluzionari, fra intransigenti giustizialisti pronti a spazzar via il tiranno o negoziatori deboli sensibili alle ragioni della realpolitk o infine a proporci come rabberciatori dell’esistente e riformisti scoloriti.

Dobbiamo semplicemente essere innovatori seri, decisi a dimezzare fisicamente la politica ed i suoi costi, obbiettivo serio e fattibile, dare spazio nel lavoro ai giovani, riproporre il merito e la qualità e non l’osservanza di fazione come unico criterio per selezionare i migliori, consentire alle donne di svolgere con dignità il loro ruolo anche nel lavoro, sostenere le famiglie, debellare la criminalità non con saltuari arresti non casualmente spettacolari ma incidendo nei processi economici e nelle relazioni eccellenti che l’hanno resa il vero contropotere del paese, riproporre una società più giusta, con minori differenze, in cui contino di più la centralità della dignità della persona umana fino al termine dei giorni, la cultura, la felicità, l’umanità dei rapporti, l’attenzione partecipe ai deboli, il rispetto inclusivo per i diversi.

Dunque, occorre costruire una leadership collettiva e plurale anche nelle idee, in cui siano protagonisti anche i giovani di valore, senza alcun bisogno di combattere improbabili battaglie che ricordano i tornei cavallereschi in cui vinceva non il più forte, ma colui che più furbescamente ordiva trame, cercava alleanze e risparmiava le forze, bisogna allargare per tutto quanto possibile le alleanze con cui condividere un programma di poche nitide riforme dello stato, della società e dell’economia e far tesoro delle esperienze di un passato che è troppo recente per poterlo dimenticare.

Dopo la sconfitta del 2001, con spirito di sacrificio e senso di responsabilità, riassunti con l’espressione forse infelice ma veritiera del “pane e cicoria”, molti fecero nelle elezioni amministrative tesoro della sconfitta, lavorando per vincere nei territori.

Bisogna riaffermare non con la superbia delle parole, ma con l’esempio, la qualità di una classe dirigente e la passione di militanti e semplici cittadini che devono anche dimostrare di saper fare al proprio interno quella rigorosa pulizia e di mettere in evidenza quell’etica pubblica e quella qualità del governare senza delle quali il nostro paese sta precipitando nel baratro dell’arretratezza di un destino imperscrutabile.

Dopo una serie ininterrotta di successi dal 2001 al 2006 e nonostante gli errori e le ingenuità della scelta dei candidati e della campagna elettorale, in cui rigurgiti di statalismo e di ottusità comunicativa misero a rischio la vittoria, ottenemmo comunque il successo in entrambi i rami del parlamento, mettendolo subito a rischio con un pletorico governo, inefficace in troppi pezzi e disunito fin dall’esordio e con un programma completomane e velleitario.

In parlamento, l’opposizione aveva combattuto per cinque anni senza scoraggiarsi, nonostante i profeti di sventura e le grida “con questi non vinceremo mai”, che di nuovo sentiamo ora riecheggiare, una battaglia quotidiana dura ed articolata, grazie anche al pluralismo delle sue componenti, cosa che fu allora ed anche ora deve essere considerato un bene.

In democrazia occorrono tempi se non lunghi adeguati all’ambizione dei traguardi ed ora è ancor più necessario accompagnare alla tattica delle esternazioni quotidiane dei capi, fra l’altro spesso perniciose perche dissonanti per motivi di bottega, quella della costruzione di progetti leggibili dai cittadini ed interpreti dei loro bisogni reali, che del resto conosciamo benissimo.




permalink | inviato da mario cavallaro il 27/2/2011 alle 4:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Il Buffone di Corte

Nella crisi epocale , economica, sociale ed istituzionale che travagliò l’Inghilterra fra il ‘500 ed il ‘600 grande ruolo nel teatro, che di quella società era specchio critico e momento di riflessione culturale, ebbe il fool, il buffone, tutt’altro che un ilare pagliaccio.

Il fool è l’archetipo dell’uomo che dice quel che pensa anche al tiranno suo signore, quando è addirittura un court-fool, un buffone di corte, un uomo che spesso è o si finge pazzo o storpio pur di continuare a dire al potente quel che l’empito alla libertà ed alla dignità imporrebbe di dire a tutti i sudditi, che invece tacciono, opportunisti o tremebondi.

Anche il grande Shakespeare ama, trasfigurandola in sempiterna maschera metateatrale, la figura del giullare che vive intensamente le paure e le angosce umane cambiandole in scherzi e battute.

Il folle della scena elisabettiana e shaekspiriana non è propriamente un attore, anche se come un attore anch’egli imita e riproduce, fingendo d'essere qualcun altro.

Ma egli è già altro da sé, perché recita un ruolo nel ruolo, è teatro nel teatro e nel vero si guadagna da vivere proprio a spese del signore, a cui offre le sue facezie e la sua apparente ingenuità, la sua forma storpia, il suo tremore di pazzo.

Il suo costume evoca l'asino ed il maiale, animali associati ai peccati d'accidia e gola, ma egli ha in cambio, preziosa, la libertà di parola.

Il fool, pur servo di corte, non appartiene al re ed anzi è il simbolo seppur comico della trasgressione e dell'infrazione.

Sia nelle commedie sia nelle tragedie, in breve nella rappresentazione shaekspiriana di tutto il tragico e comico vivere dell’uomo, egli partecipa all'azione, ma, allo stesso tempo, commenta gli intrighi e le azioni sceniche rimanendone estraneo, quasi come se facesse parte del pubblico, che ride complice come se ridesse di se, ma che in realtà ride anche del re.

Grandi attori si cimentano sotto la guida di Shakespeare nel ruolo del fool, tanto intensamente che divengono dei veri professionisti, il cui nome è giunto fino a noi: Richard Tarlton, William Kemp, Robert Armin, che recitano, alla fine, se stessi.

Il fool finisce perciò per recitare anche nella vita, simulando la stoltezza o almeno l’innocuità della dabbenaggine, perciò è difficile distinguere nel gioco di specchi tra finzione e realtà e tutti lo applaudono non sapendo, non volendo sapere o non ammettendo neppure con se stessi se lo fanno per quel che dice, per quel che non dice e per quel che dice ridendo ma che dovrebbe dire con la morte nel cuore.

Triste e malata rimane una società, una storia, una narrazione, una vita che ha bisogno del folle per essere detta, ma il folle può aprire speranze, può indicare strade, solo se il riso che egli provoca non resta vile e consolatorio, ma si fa rabbia civile, riflessione morale, volontà di cambiare.

A tutto questo ho pensato, caro Roberto Benigni.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Benigni Sanremo

permalink | inviato da mario cavallaro il 19/2/2011 alle 4:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Una giornata particolare

Intanto, una formale rassicurazione a mamma, (che mi ha fatto pure telefonare da Mariella, mia moglie) alla famiglia e a quei tanti che mi hanno votato nel 2008, facendomi l'onore di essere fra i parlamentari marchigiani. Se qualcuno ha avuto dubbi, tranquilli, non avevo subito il fascino di Silvio, nè ero stato preso da una dei soliti attacchi di ritardo cronico per cui sono ben noto.
Dovevamo per strategia, in un gruppetto nell'ombra, darci per assenti, cercando così di "marcare" e disorientare quelli che avevano dichiarato che si sarebbero decisi all'ultimo momento se il loro voto fosse stato indispensabile.
Stratagemma purtroppo inutile, perchè la pattuglia dei cosiddetti responsabili (Scilipoti, Cesario, Calearo Ciman, che è una sola persona e meno male, rispettivamente ex IDV il primo e PD gli altri due) Razzi (l'ex IDV eletto all'estero, alle prese a quanto dicono i giornali con le rate del mutuo di casa) Polidori (ex finiana cugina e forse pure socia del titolare del CEPU, trasformato per puro caso dalla Gelmini in vera e propria università solo pochi giorni fa) e Siliquini (ex di tutt'un pò, in promessa di sottosegretariato) non hanno avuto dubbi ed hanno votato a favore del governo.
Aiuti un pò meno coraggiosi da Moffa, che anche nel nome somiglia appunto a qualcosa di debole, una moffa, appunto, rimasto assente e dal solito ormai latitante dottor Gaglione, noto cardiologo che tale avrebbe fatto meglio a rimanere, eletto nelle liste del PD insieme ad altri improbabili, altro che responsabili, e almeno - va detto a sua residua dignità - desaparecido ormai di lungo corso.
Berlusconi, nonostante le vergognose sceneggiate, con tanto di tricolore quanto mai inappropriatamente utilizzato, di Mussolini 'a nipote ed altre Erinni a fine seduta, esce tutt'altro che vincitore da tale prova, in cui non ha raggiunto la maggioranza della Camera (ne occorrono 316 su 630) ma solo quella dei votanti, in tutto 627.
Inoltre ha racimolato la fiducia - dopo aver tuonato contro i traditori, definendo tali quelli che hanno da mesi dichiarato lealmente un dissenso politico - quella pattuglia di peones and desperados di cui all'elenco sopra, a cui va aggiunta la gravissima scorrettezza di Vegas, già nominato presidente Consob ed incompatibile con la carica di deputato (dovrebbe garantire la terzietà della funzione di controllo della Borsa, ah ah ah) e di Domenico De Siano, consigliere regionale tuttora in carica, anch'egli incompatibile.
Al paragone il voto di Cosentino, anch'egli salutato da cori di dissenso perché la camera ne aveva respinto la richiesta d'arresto per gravissime accuse di connivenza con la camorra poco tempo fa, appare un tratto di squisita signorilità.
Una vicenda così, per chi aveva tuonato contro la vecchia politica, di cui sono stati utilizzati i metodi più mefitici, è tutt'altro che una vittoria.
Sopratutto, nonostante l'enfasi subito usata nel pronosticare ormai prossime vittorie elettorali, con questa compagnia di giro basata sulla rozzezza della Lega ed sul reclutamento di transfughi Berlusconi non andrà da nessuna parte.
Le proiezioni dei sondaggi recenti rendono possibile la vittoria del centro sinistra alla Camera e certa comunque la sconfitta di Berlusconi e della Lega al Senato.
Non possiamo però consolarci solo con questo, anche se nessuno di noi anche solo poco più di un anno fa avrebbe pensato che fosse concretamente possibile sfiduciare Berlusconi e giungere più o meno alla pari con la destra all'epoca trionfante.
Adesso si tratta di fare più incalzante e serrata opposizione, sempre mantenendo la linea, che sta crescendo anche nella nostra convinzione ed iniziativa, di unire le critiche doverose all'inconsistenza del governo alla ricerca di una serie di concrete proposte per un reale cambiamento della società italiana che tengano conto della grave crisi in cui siamo impantanati.
Partiamo intanto da qui, sopratutto se avremo la forza e la capacità di non dividerci nuovamente sulla lettura della sitazione, che è la crisi ormai irreversibile non solo della maggioranza politica e del blocco sociale berlusconiano, ma anche dell'illusione populista e reazionaria che ha fatto presa in larghi strati della società italiana e che sta ora a noi condurre per mano fuori della delusione e della rassegnazione o della rivolta.
Nei momenti difficili, è compito di chi pretende la leadership svolgere anche una funzione pedagogica e culturale, e non inseguire soltanto sondaggi dalla consistenza e dall'esito sempre più incerto, proprio quella funzione che il governo ha evitato con cura di sostenere nel timore dell'impopolarità, sostituendola per anni con le mendaci suggestioni mediatiche e propagandistiche.
E' compito nostro perciò dialogare con quei mondi attivi e vitali della società italiana a cui dobbiamo chiedere di passare dalla protesta o dal distacco ad un contributo attivo a ridisegnare la stessa struttura istituzionale e politica del paese, nella consapevolezza che ci vogliono il nuovo e il buono, il cambiamento ed il rigore, non il nuovismo ed il buonismo.
Anche stavolta, anzi assai più ancora che durante le votazioni della legge Gelmini sull'università, il parlamento si è trovato in un opprimente ed inaccettabile stato anche fisico di assedio.
C'è da preoccuparsi per la deriva opaca che stanno prendendo le proteste dei movimenti, facile preda di pochi facinorosi, usciti con tecniche ben note, che fanno pensare a progetti di provocazione, da pacifici cortei per introdurre distruzione e violenza, con il simmetrico e comprensibile inasprimento delle misure repressive.
E' anche questa una spirale che non ci piace e spetta al PD anche il compito di intepretare e guidare - come ha saputo dimostrare nella grande manifestazione di domenica - il dissenso rendendolo un elemento democratico e popolare di costruzione di una alternativa ormai matura al crepuscolare potere berlusconianio, ridotto a reclutare personaggi sempre più improbabli per rimanere a galla, nell'unico vero teatrino, invero ignobile, che la politica dell'antipolitica sta recitando a spese delle istituzioni del paese e che l'ineffabile chierico Vespa ancora celebra stancamente in coda alla seduta dell'aula fingendo di presentare il suo ennesimo futile ed inutile libro.
Sta a noi intepretare questa fase senza enfasi e senza simmetrici pessimismi, condotte che entrambe sovente, quando vengono dal nostro interno, sono finalizzate solo a tentare di delineare nuovi scenari di potere e di posti.
Dobbiamo mantenere a tutti i costi, con freddezza e lucidità, quella tensione all'unità vera che ora è tempo di realizzare a tutti i livelli, anche nel territorio, anche e sopratutto come fiducia incrollabile nella democrazia collegiale e partecipata ed espressione di un comune sentimento e di aspirazioni programmatiche e morali nuove e non come somma di patti fra componenti o come miscela opportunista di storie ed ambizioni personali.
Conseguenza di questo atteggiamento sarà anche la necessità di delineare una strategia di alleanze aliena dalle consuete alchimie che la nostra gente non comprende più, se mai le ha capite in passato, perchè pretende che noi diciamo pane al pane e vino al vino, e diciamo con chiarezza con chi e perchè vogliamo allearci.
In realtà emergono fragili dalla travagliata vicenda parlamentare di questi giorni gli schemi consolatori con cui anche all'interno del partito abbiamo cercato di intepretare l'ansia di cambiamento.
Da un lato, esce ridimensionato anche se non definitivamente sconfitto il progetto terzaforzista di Fini, Casini e Rutelli, troppo gracile e disomogeneo e ne viene indebolito anche il corollario di chi, specie all'interno del PD, con qualche semplicismo già pensava al partito democratico come riedizione della tradizionale sinistra italiana alleato di un centro robusto e a vocazione se non riformista almeno degasperiana.
Ciò senza sospettare - e a pensar male in politica non si fa neanche peccato - che obbiettivi e progetti dei tre moschettieri neo, post o vetero centristi possano ricominciare a divergere assai decisamente.
Dall'altro lato, il bipolarismo e la vocazione maggioritaria in cui dovremmo addentrarci resta la sfida fra impasti malriusciti, retti in piedi da una parte dal solito ma non più solido collante del berlusconismo ormai a trazione leghista.
Dall'altra parte al momento non resta al PD che il dilemma se assorbire dentro di se, svuotandole elettoralmente, le datate narrazioni vendoliane, le intransigenze della sinistra antagonista  ed il furore giustizialista dipietrista e grillino, ricreando le condizioni per un'ennesima onorevole sconfitta o tentare un carta di autentica novità, in gran parte ancora da costruire attraverso la rappresentazione orginale di un partito che si colloca verso il centro reale dello schieramento politico, quello dei grandi partiti non ideologici del riformismo contemporaneo.
L'impresa non è facile, il progetto è solo agli inizi e del resto i tre anni convulsi di vita del PD non ne hanno aiutato una reale crescita; sia detto solo incidentalmente e con il desiderio di sviluppare più analiticamente questo tema, solo un partito così giustifica ancora l'esistenza e la rilevanza di un contributo non identitario dei cristiani che si ritrovarono nell'esperienza cattolico democratica alle scelte politiche del PD.
Dobbiamo favorire con maggiore energia e convinzione processi di cambiamento della classe dirigente, senza adombrarci se magari con qualche intemperanza si affacciano opportunamente sulla scena politica nazionale nuove risorse che non possono che far bene non solo al PD ed al centrosinistra, ma anche al Paese, in gran debito di vera nuova classe dirigente.
 La cifra principale di cui dobbiamo fregiarci è la capacità, senza usare l'odiosa retorica del richiamo ad inesistente superiorità e diversità che tanto male ha fatto alla tradizionale sinistra, di portare nel paese la speranza di una nuova stagione etica prima ancora che politica e di una vera nuova epoca del riformismo non solo italiano.
Le alleanze saranno allora la conseguenza di un percorso, come il metodo di selezione non sarà il dogma facilmente strumentalizzabile e permeabile di questa o quella procedura di elezione primaria, ma la certezza che esso deriverà dalla partecipazione dei militanti e di tutti coloro che intendono dare al PD l'occasione di proporsi alla guida del paese.
Da domani inizia in parlamento, ma ancor più nel paese, in cui dobbiamo essere presenti non solo nelle manifestazioni, ma quotidianamente nel legame con i corpi collettivi ed i mondi vitali, una storia realmente nuova; sta a noi coglierne il senso ed esserne all'altezza.




permalink | inviato da mario cavallaro il 14/12/2010 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Facciamoci del miele

Non credevo (e per la verità ancora non credo) che l'affaire Renzi sia realmente importante nel PD, nel senso che il giovanotto di cui Lapo Pistelli, che si può definire un renzologo, ha steso sul suo blog qualche giorno fa un ritratto puntutamente realistico, come solo i toscani sanno fare, mi sembra una reale risorsa del PD che, come capita a chi è arrivato assai in alto assai presto non totalmente per merito suo, commette qualche sbaglio, dovuto all'inesperienza, alla presunzione di se e all'impazienza, che sono il simmetrico inevitabile della energia, del coraggio e dell'improntitudine ottimistica che porta la giovinezza e che invece fa raggiungere brillanti ed imprevedibili risultati.

Mi ha intrigato e spinto ad una riflessione la sua pur abile autodifesa sul TG di La7, ovviamente enfatizzata da Mentana, supporter del terzo polo, sotto sotto e manco tanto perciò contro il pd e ho raccolto qualche interrogativo (critico, in fondo non posso nascondere, specie su Facebook, che tutto sa, la mia anagrafe) che credo possa essere utilizzato più in generale per far avanzare magari anche solo di pochi centimetri il dibattito sul partito che procede sinusoidalmente.

Trovo assai bizzarro anche il solo pensiero che si possa costruire un partito che vuol prendere milioni di voti, intende durare se non un secolo almeno la metà e non evaporare dopo un lustro radunando tutti e solo trentenni in un mondo che invecchia, tutti postcomunisti in un mondo che il comunismo lo sta ripudiando, tutti cattolici democratici in un mondo che diventa o fanatico o laico, tutti socialdemocratici in un mondo che li abbandona persino dove sono nati o ecc. ecc. (l'esempio s'è capito), a meno che non sia un altro dei degeneri partiti italiani personali e/o patrimoniali che stanno rosicchiando avidi le radici della democrazia italiana distruggendone la linfa più rapidamente di quelle già fragili dell'occidente europeo.

Un partito che voglia aver diritto a fregiarsi di tale denominazione o è ad ampio spettro, nei programmi e nelle idee, o abbiamo perso il nostro tempo e la nostra fatica degli ultimi tre anni e facciamo meglio a rifluire nella nostalgia del '900 o a tuffarci nella palude senz'anima del ventunesimo secolo.

Ecco le domandine:

A) Renzi davvero crede che la base elettorale del pd e genericamente del centro sinistra nella stragrande maggioranza abbia apprezzato il suo gesto? Davvero crede di aprire de futuro una breccia nell'elettorato moderato che vota Berlusconi con questa o simili iniziative di reciproco riconoscimento? Sentendo in giro, non pare e sopratutto, Renzi non crede che questa è semmai una vecchia strada, percorsa dal non a caso tanto agognatamente dal suo punto di vista rottamando D'Alema? E sopratutto non pensa che un altro partito essenzialmente personale, dopo la prova di Veltroni che del genere è sicuramente il miglior interprete e che pur esso sarebbe altrettanto agognatamente rottamando dal punto di vista di Renzi, meriti quanto meno una revisione critica ed un'integrazione con altri modelli?

B) Renzi davvero crede che Berlusconi ospiti tutti i sindaci delle città, anche solo di quelle più grandi, a colazione ad Arcore per parlare di temi amministrativi, davvero crede che Berlusconi abbia fatto ciò, anche solo al 10 %, perchè si preoccupa della legge speciale di Firenze (che di questi tempi è come prevedere una legge per sbarcare su Marte, e che Silvio ha promesso a Roma, Milano, Torino, Genova e magari anche a Perdasdefogu, a sostegno dei suoi candidati comunali) o davvero non crede e non ha avuto almeno il sospetto che Berlusconi abbia valutato come utili a se medesimo gli effetti dell'incontro solo con lui? e, corollario, da abile politico Renzi non crede che quel che è utile per l'avversario e divide il proprio campo non è mai esattamente una buona idea, specie se a ridosso di una data epocale per la politica degli ultimi sedici anni?

C) Renzi davvero crede che tutto il pd e specialmente i parlamentari si preoccupino esclusivamente o prevalentemente di lui e delle polemiche di fazione (purtroppo, adesso ci casco anch'io, ma almeno a circolazione ridotta come sono queste noterelle ed i nostri blog e per un pezzullo, poi mettendomi rapidamente a far altro in materia di giustizia, enti locali, università, trasporti, agricoltura, infrastrutture, comunicazioni ecc. ecc., come fanno tutti i deputati e senatori) e crede veramente che non ci sia nessuno, compreso per grandissima parte del suo tempo il buon Bersani, che si occupi dei temi concreti dei cittadini come lui si occupa di quelli di Firenze?

Perchè invece di lamentarsi soltanto, assai giustamente, della chiusura del parlamento per una settimana non ha spiegato che un buon parlamentare non lo fa solo premendo i bottoni in aula, ma girando per i territori e facendo mille attività pubbliche, politiche ed istituzionali, come lui fa il sindaco persino ad Arcore, e sopratutto perché non ha colto la ghiotta occasione per dimostrarsi attaccato al PD informando che il gruppo parlamentare, per bocca del suo presidente Franceschini e d'intesa con Bersani ha fatto l'impossibile per impedire questa vergogna, soccombendo alle decisioni assunte dalla maggioranza e specificamente nell'interesse del signore con cui egli pasteggiava nel frattempo?

Insomma, attuiamo una moratoria, riteniamoci l'un l'altro non utili, ma indispensabili in un progetto di grande partito ed occupiamoci soltanto ed esclusivamente per almeno qualche mese di questioni esterne al PD; è tanto difficile, magari anche con un pò di sana ipocrisia, farsi del miele piuttosto che del male?


Sfoglia febbraio       
temi della settimana

farinacci mussolini petacco berlusconi aborto 194 terremoto 1997 regione marche marche bologna elezioni 2009 mario cavallaro david sassoli dario conti avvocatura riforma benigni sanremo camerino ddl intercettazioni elezioni amministrative bersani partito democratico dario franceschini corrado zucconi potenza picena



ultimi commenti
12/1/2010 3:24:18 AM
da xiaobu004 in Il partito dell'amore
"Since there are assorted poor sellers abnormally over the Internet who advertise bargain affected ..."
11/30/2010 6:19:42 AM
da xiaobu004 in Il paese dei quaquaraquà
"As able-bodied as accouterment top superior replica watch , Oakley as cast sponsors a cogent ..."
11/24/2010 4:12:50 AM
da xiaobu005 in No alla fusione fra le Università di Macerata e Camerino; si alla collaborazione ed allo sviluppo
"For footwear that you will not wear as often clear under bed scarpe hogan donna organizers work ..."
11/23/2010 6:48:46 AM
da xiaobu005 in Il paese dei quaquaraquà
"toywatch replica is broadcast by Glitz by Karen NG Pte Ltd, 391 Orchard Road, #13-05BNgee Ann City ..."
11/23/2010 2:25:35 AM
da xiaobu005 in Chi sono
"Women's le scarpe hogan are able-bodied accepted for their audible style. They resemble a low, top ..."


links
Camera dei Deputati
Partito Democratico
PD Marche
PD Macerata
PD Camerino
Fabrizio Cambriani


archivio

Blog letto1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0